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Morbo di Alzheimer

Morbo di Alzheimer
Il morbo di Alzheimer, così chiamato dal nome dello scopritore Alois Alzheimer, è un processo degenerativo che colpisce le cellule cerebrali distruggendole gradualmente e che si presenta soprattutto in età senile, ovvero dopo i sessanta anni.
Questa malattia viene scientificamente inserita nella categoria delle demenze proprio perché comporta un deterioramento cronico e irreversibile: sono diagnosticati come Alzheimer almeno l’80% delle demenze a livello mondiale.
Si tratta purtroppo di una malattia molto diffusa, soprattutto nelle donne anziane: in Italia sono circa 800 mila le persone colpite da questo male, mentre, secondo le ultime statistiche, nel mondo i casi diagnosticati superano i 25 milioni. Appare dunque fondamentale individuare le cause e riconoscere i primi sintomi del morbo di Alzheimer per garantire un intervento tempestivo. In ogni caso, per diagnosticare con sicurezza l’insorgere del morbo, occorre sottoporsi a un esame autoptico.

Le cause del morbo di Alzheimer
Gli effetti del morbo di Alzheimer sono dovuti alla distruzione dei neuroni, causata a sua volta dalla betamiloide: questa proteina, depositandosi tra i neuroni, agisce da collante inglobando placche e grovigli "neurofibrillari". Ne consegue una diminuzione della concentrazione di acetilcolina, un neurotrasmettitore fondamentale per mantenere attiva la comunicazione tra i neuroni. Non esiste un motivo unico in grado di scatenare questo processo: solitamente si tratta della conseguenza di più fattori concomitanti. In alcune famiglie si rileva una trasmissione ereditaria e una predisposizione genetica alla malattia, anche se si tratta di casi isolati e quindi non sufficienti a dimostrare una connessione scientifica.

Sintomi del morbo di Alzheimer
L’effetto primario connesso allo sviluppo di questo morbo è la perdita di memoria: tale deficit si manifesta inizialmente in forma sporadica per poi svilupparsi in maniera progressiva e sempre più costante.
La prima forma di amnesia che si sviluppa è quella relativa agli aspetti della vita quotidiana; successivamente il problema si estende anche a fatti pregressi della propria vita: tendenzialmente invece non viene particolarmente danneggiata la memoria procedurale, ovvero quella legata allo svolgimento di azioni abitudinarie e di routine. Si parte così dalla ripetizione di domande fino alla difficoltà a riconoscere anche le persone più care. Con il progredire della demenza diventa sempre più difficile per il malato condurre una vita autosufficiente: possono presentarsi casi di afasia e aprassia (difficoltà a riconoscere oggetti di uso quotidiano) e disturbi del sistema nervoso. In alcuni casi possono verificarsi allucinazioni visive e uditive e istinti aggressivi o impulsivi.

Le cure
I farmaci attualmente in commercio puntano a ridurre la concentrazione di betamioide e ad inibire l’enzima che metabolizza l’acetilcolina. Purtroppo però si tratta di interventi ritardanti e non risolutivi: quando i neuroni colinergici degenerano del tutto, questi farmaci (tra cui ad esempio la tacrina e il donepazil) si rivelano ormai inefficaci. Per questo motivo la ricerca sta sperimentando strade di intervento alternative e più incisive.
Oltre alla cura farmacologica è inoltre possibile intervenire stimolando l’attività dei neuroni e cercando quindi di ritardare o limitare la degenerazione. Una tecnica ispirata a questo principio è stata ideata in America dalla Dr. Naomi Feil e prende il nome di ‘validation’: l’obiettivo è quello di immedesimarsi e cercare di cogliere il senso delle cose che il malato dice e che, ad una prima lettura superficiale, appaiono del tutto confusionarie. Alla base di questo approccio esiste ovviamente una profonda comunicazione ed un rapporto di tipo empatico e, quindi, un’alta considerazione del soggetto malato.

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