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Interruzione di gravidanza

Interruzione volontaria o aborto provocato
Un tema molto scottante ancora oggi è quello dell’interruzione volontaria di gravidanza o aborto provocato, che riguarda oltre al settore medico e chirurgico anche l’aspetto morale della socializzabilità di questa pratica.

Fortunatamente negli ultimi decenni del ventesimo secolo la pratica abortiva è divenuta comune e sicura e permette alle donne, entro i termini stabiliti dalla legge, di interrompere la gravidanza per diversi motivi senza correre praticamente alcun rischio.


Oggi solo una donna su 100.000 rischia complicazioni gravi in seguito ad un aborto provocato, minori ancora sono le morti che ne conseguono.

Questi dati rendono la pratica abortiva chirurgica uno degli interventi più sicuri e con meno complicazioni della medicina.

L’interruzione volontaria di gravidanza viene valutata in base a moltissimi fattori, la salute della madre ad esempio viene prima di tutto (nei casi di rischio di morte per la madre si procede all’aborto in maniera quasi sistematica), si valutano fattori quali una violenza subita, condizioni economiche che mettono la gestante in condizione di non terminare la gravidanza, fattori psicologici, genetici (come malattie riscontrabili nel feto già dall’ecografia) etc. nella maggior parte dei casi inoltre, tramite consulto psichiatrico si valutano anche le motivazioni personali e soggettive della donna.

Non tutti i paesi al mondo hanno la stessa legislazione in fatto di aborto provocato, in Italia ad esempio è possibile praticare clinicamente un aborto anche nelle minorenni sotto il controllo di un tutore del tribunale minorile, questo per evitare che la gravidanza venga imposta da genitori o persone adulte legalmente responsabili per le minorenni che desiderano interrompere la gravidanza.

In Italia l’aborto è legalizzato su richiesta fino alla dodicesima settimana, ma si può procedere all’eliminazione chirurgica del feto anche fino al quinto mese, a giudizio insindacabile del medico e di conseguenza a fattori valutabili sul piano clinico e psicologico.

Prima dell’entrata in vigore della legge 194 del 1978 l’aborto in Italia era considerato un reato punibile dal codice penale, molte donne prima d’allora dovettero ricorrere ad aborti casalinghi per i più svariati motivi e molte di loro morivano sotto le mani delle levatrici.

Le punizioni per le pratiche abortive erano molto severe con condanne che arrivavano anche a cinque anni di galera per levatrici e madri che venissero scoperte.

Fino a quando l’aborto non venne legalizzato e regolato erano molteplici anche i casi di aborto imposto da famiglie o mariti con gravissime conseguenze psicologiche sulla donna che invece avrebbe voluto portare a termine la gravidanza.

Questo dato è ancora inspiegabilmente presente in alcune culture fortemente maschiliste, dove l’aborto del feto femmina viene quasi consigliato in favore del feto maschio (paesi come la Cina ad esempio hanno un tasso di nascita maschile estremamente elevato rispetto a quella femminile).

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